La Foresta di S.Antonio


Descrizione
La foresta Sant'Antonio è situata nel versante occidentale della catena del Pratomagno, a sud della foresta di Vallombrosa. Oggi fa parte del patrimonio agricolo forestale della regione Toscana, ma la sua storia è legata a quella di Vallombrosa e all'attività dei monaci benedettini.
La foresta ha accresciuto nel tempo un buon grado di naturalità, a differenza di quella di Vallombrosa, questo è avvenuto grazie all’abbandono da parte dell’uomo che ha portato ad una rinnovazione naturale, con radi interventi selvicolturali selettivi e, fortunatamente, una forte limitazione dei prelievi. Attualmente, presso le case di S.Antonio, è in corso il ripristino di antichi terrazzamenti dove una tradizionale e datata politica forestale aveva saturato di esemplari di Douglasia.


Inquadramento ambientale
La Foresta di Sant'Antonio è compresa nella catena del Pratomagno, dorsale preappeninica che si allunga per circa 40 chilometri, dal Passo della Consuma, fino a sud di Talla e che limita a nord est il bacino della Valdarno superiore ed a sud ovest quello del Casentino, allungati parallelamente alla catena. Forma un semicerchio snodandosi lungo il bordo più alto del bacino del torrente Resco, nel comune di Reggello. È delimitata a nord dal crinale di Poggio Massa Nera (metri 1075 s.l.m.) che, con direzione nord est, si ricongiunge al crinale del Pratomagno.
La foresta segue, nel suo limite latitudinale, il crinale principale interessando il Poggio della Risala (m 1485 s.l.m.), la Croce del Cardeto (m 1356 s.l.m.), Il Poggio alla Cesta (m 1446 s.l.m.), il Varco di Reggello (m 1354 s.l.m.) poi, più a sud, se ne scosta e segue il crinale secondario di Poggio Castelluccio, a confine con il comune di Castelfranco di Sopra. Il suo limite inferiore presenta un andamento frastagliato, seguendo fossi e crinali, segnato da Pian della Farnia e Case Levane.
La morfologia è accidentata con ripide pendici, crinali marcati, balzi rocciosi e fossi profondi che confluiscono verso il torrente Resco, con i borri di Sant'Antonio, della Rota e della Stufa. L'altimetria media è compresa fra 950-1000 m s.l.m., con minimi intorno ai 600 m e massimi di 1490 m lungo il crinale principale.


La vegetazione
Nella foresta di Sant'Antonio si rileva come il bosco di faggio predomini nelle esposizioni più fresche e in quelle più alte, arrivando sulla prateria cacuminale. Tra le diverse forme di governo del bosco di faggio, prevalgono i cedui seguiti da fustaie transitorie.
Alle quote più basse e nelle esposizioni più calde, altre latifoglie sostituiscono il faggio, quali il cerro, il carpino nero, il castagno. Si formano così boschi puri o misti di latifoglie, anche con la presenza di ornielli, aceri opali, carpini bianchi. Nei versanti più aperti e aridi predominano boschi di roverella.
Nelle esposizioni a sud troviamo densi arbusteti e pietraie coperte da eriche e ginestre ovvero balzi di roccia intercalati da praterie e graminacee. Questi terreni sono stati ripetutamente percorsi dagli incendi; i più gravi si sono avuti nel 1943 e poi nel 1946, dove andò distrutto il 78% della superficie demaniale boschiva. Ciò indusse l'amministrazione forestale ad interrompere l'utilizzazione ed operare una intensa ricostituzione boschiva nelle zone di Massa Bernagia, Massa Nera e Macinaia: si tratta di impianti artificiali, puri o misti, di douglasia, abete bianco, abete rosso, pino nero e faggio.
Nell'area in esame, si trova una forte presenza della faggeta che copre il 47,36% della superficie boschiva, seguita dai boschi di latifoglie varie con il 16,9% che comprendono prevalentemente il castagno il carpino nero e bianco, il cerro e l'acero. I castagneti sono il 5,51%; i boschi di conifere il 6%, mentre le cerrete sono presenti con un 3,72%.
La zona è inoltre caratterizzata da superfici estese di arbusteti ed aree cespugliate, con valori pari al 9,73%; ancor più da superfici rocciose con copertura arborea e arbustiva irregolare (rupe boscata),con il 10,14%. I valori per il pascolo cespugliato sono di 1,23%; di 4,7% per il pascolo nudo, che interessa soprattutto le zone cacuminali.


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